Quer pasticciaccio brutto de …

La magistratura italiana alle prese con il suo virus

Da alcuni giorni la stampa nazionale si occupa di nuovo, dopo mesi di silenzio, delle intercettazioni estrapolate dagli atti dell’indagine nei confronti del dott. Palamara, già componente del CSM, sebbene con un tono dimesso, come si conviene al Potere tirato in ballo. Si ricama sopra gli accordi che sembrano trapelare da quelle conversazioni, sulla distribuzione dei posti a sedere in prima fila. Poi, le fresche turbolenze all’interno dell’Associazione nazionale Magistrati (ANM) hanno smosso ulteriormente le acque, torbide di loro, e si ritorna ad invocare la separazione: tra giudici e pubblici ministeri, tra magistrati e politici. Se ne farà qualcosa? Oltre ogni ragionevole dubbio, non credo proprio, visto che l’argomento ritorna a fasi alterne da oltre un trentennio, quantomeno a mia memoria.
E, a proposito di memoria, questa corre, oltre che all’ineludibile numero a tema su questa Rivista, ad una lettera da me inviata al quotidiano Il Foglio, e pubblicata il 26 settembre 2018, ben prima dell’emersione di Quer pasticciaccio brutto de Piazza Indipendenza (sede del CSM), quando il Tevere scorreva placido e tranquillo, indifferente alle anticipazioni di un quisque de populo. Ve la ripropongo:

Al direttore – A margine dell’intervista al Foglio dell’ex vicepresidente del Csm Giovanni Legnini (il Foglio, 25 settembre) è necessaria una replica sul tema del conferimento degli incarichi direttivi e semi-direttivi, visto che la consiliatura scaduta non ha certo brillato per imparzialità e riconoscimento delle capacità organizzative degli aspiranti. Nel 2015 il Csm presieduto da Legnini ha adottato una ponderosa circolare, denominata Testo unico sulla dirigenza giudiziaria, per regolamentare i criteri di valutazione nelle nomine. La delibera doveva soddisfare l’esigenza di trasparenza, comprensibilità e certezza delle decisioni consiliari, come si legge nella relazione introduttiva, e contiene una molteplicità di indicatori utili per la valutazione. A dispetto di questa precisa normativa il Csm ha negli anni messo a punto, e perfezionato, un infallibile sistema di nomine fondato, al contrario, su criteri ben diversi quali: la ripartizione dei posti tra le correnti della magistratura associata (Unicost, Magistratura indipendente, Area), il gradimento dei capi d’ufficio verso un candidato specifico, il livello di accondiscendenza del candidato nei confronti dei superiori gerarchici. In pratica, le scelte del Consiglio hanno garantito da un lato un’equilibrata presenza sul territorio di dirigenti sostenuti dall’una o dall’altra corrente della magistratura, dall’altro lato strutture giudiziarie al riparo da dirigenti dotati di forte senso dell’autonomia e dell’indipendenza. Sta di fatto, che nella procedura di nomina i criteri cardini della capacità professionale e organizzativa sono stati ampiamente tralasciati, e quando il candidato prescelto ha offerto anche queste qualità si è trattata di una fortuita e benevola coincidenza. E’ questo un sistema tanto indecoroso quanto consolidato, e la disponibilità manifestata dai componenti laici a tanta indebita ripartizione da ex manuale Cencelli conferma che il sistema è divenuto il modus operandi dell’organo di autogoverno della magistratura. Il bilancio di questo meccanismo di nomine, a tutti noto, è un perverso intreccio di voti incrociati tra le correnti secondo accordi precostituiti (salvo tradimenti dell’ultim’ora), e l’ineluttabile conseguenza è che il Csm ormai scaduto consegna all’Italia una magistratura dirigente eternamente grata (e debitrice) verso un sistema che l’ha così benignamente gratificata.
  
Michele Mocciola

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