Gli Undici di Pierre Michon

O l'ossessione per la Storia

Dunque, non gli eventi storici, non il salvacondotto delle storie letterarie ci danno accesso alla letteratura ma la definizione del linguaggio che in essa si struttura.”
Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, Adelphi, 2004, p. 220.

La Storia non possiede finalità o messaggi da affidare ai posteri: non esistono posteri, per la Storia. È un’illusione così pia, per l’Uomo, quella di “fare” la Storia: non altro, in fondo, che il tentativo di essere ricordati per quel gesto risoluto, maledetti per quella leggerezza fatale o banditi in nome di una libertà eretica – e dunque, con ironia puntuale, divenire spiritualmente immortali. La Storia ha orrore di noi, dei nostri paradossi, delle nostre (s)manie di grandezza, delle nostre sciupate ambizioni. Ci divorerà in eterno, come ha sempre fatto e sta facendo anche ora. E noi qui, a venerarla come magistra vitae. Assumono allora tutt’altro valore quelle menzogne su cui vengono costruiti, costantemente, i più grandi atti umani. Gli inganni sono la materia prima con cui sono stati creati gli esseri umani, sono il sangue che scorre nelle nostre vene di evocatori. Qui si annida la differenza, abissale, fra la Storia – che non ha necessità di mentire, giacché non ha necessità di raccontare – e la nostra storia, ostaggio del fardello ereditario terreno. Napoleone Bonaparte ne è l’esempio più fulgido e pedagogico: visse il proprio destino con la violenza sanguinosa del sacrificio – e preferiamo comunque ricordarci di un Grouchy qualunque, annegato nel pantano dei suoi timori ad una manciata di miglia di Waterloo. La Storia, giudice inflessibile, lo ha sistemato fra gli scrittori mediocri, a un passo dal baratro dell’oblio, ostaggio della sua brama d’inchiostro. Così come i grandi capitani del Comitato di Salute Pubblica guidati da Robespierre, ritratti da una vocazione fiamminga incarnata in FrançoisÉlie Corentin nel capolavoro conosciuto come Gli undici; li ricordiamo come i peggiori alchimisti di cui l’Uomo abbia memoria: capaci di mutare il sacro volere di un popolo in una triste landa di decollazioni. Mentre la Storia, per vie sue, li ha condannati a far da apripista – prima ancora del Bonaparte – a tutti coloro che mancarono l’ingresso al personale Olimpo di Calliope.

Allora che importa se il dipinto che ritrae questi undici sognatori dell’Égalité – conservato nel cuore del Musée du Louvre sotto un vetro antiproiettile dello spessore di cinque pollici, dipinto che intrappolò Jules Michelet in un mondo di svenimenti ed incubi notturni – alla realtà dei fatti, non esiste; è l’invenzione suprema di una penna della Nouvelle-Aquitaine, com’è dunque un’invenzione colui che lo dipinse e, a cascata, lo sono anche gli svenimenti e gli incubi di Michelet (che potrà anche essere svenuto o aver fatto dei brutti sogni nel corso della sua vita, ma per affari suoi propri). La Storia ha deciso di tenerne traccia e a noi non resta che prenderne atto.

Questa menzogna lunga 134 pagine è un richiamo intransigente, Pierre Michon è un profeta e Les Onze è il suo testamento. È la forza più devastante della letteratura, la potenza più dirompente del linguaggio: “E le potenze, nella lingua di Michelet, si chiamano Storia”.


Mattia Orizio

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